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Nicolàs Bubas: Fútbol, Familia y Gelbison

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Intervista all’attaccante argentino della Gelbison, settima in classifica nel girone H di Serie D, Sergio Nicolàs Bubas.

Gelbison, Bubas: “Ecco dove siamo migliorati…”

In esclusiva su SalernoSport24, abbiamo intervistato uno dei giocatori più rappresentativi della Gelbison, l’attaccante argentino Nico Bubas. Gli abbiamo chiesto delle considerazioni sul momento di forma personale e della squadra, e, ovviamente, un pensiero su quest’ultima parte di campionato.

Si è passati dall’addio di Monticciolo, esonerato dopo la sconfitta contro il Rotonda, all’arrivo di Erra che, in termini di risultati, ha visto il punto più alto della sua gestione nelle ultime gare. Cosa pensi sia mancato alla Gelbison per poter raggiungere, tempo a dietro, le zone alte della classifica?

«Monticciolo aveva un’idea di calcio molto propositivo: dove noi attaccavamo tanto, ma lasciavamo molti spazi dietro. Quando è arrivato mister Erra stavamo vivendo un momento di instabilità dovuto allo scombussolamento del cambio in panchina, in cui la società aveva deciso di cambiare gli obiettivi stagionali e di rimodulare la squadra. Questa somma di fattori l’abbiamo enormemente percepita e faticavamo in campo. C’è stato, infatti, forte rammarico per quelle cinque sconfitte consecutive, di cui quattro fatte con il nuovo mister.

Noi tutti facevamo degli errori individuali che ci costavano la partita. Non si era, infatti, venuta a creare quella stabilità, quel passo in più che ci portava a segnare un gol o rimanere più concentrati fino all’ultimo minuto e vincere le gare. Abbiamo fatto tanta fatica proprio per via di questo aspetto. Poi, però, ci siamo ripresi e abbiamo iniziato questo 2024 con il piede giusto».

Dopo una serie di partite, dove si è dato prova di ottime prestazioni, questa volta, però, si è vista una Gelbison che, pur mantenendo le stesse idee, ha dimostrato di saper gestire il risultato con grande freddezza e cinicità?

«La partita che si è giocata domenica contro il Rotonda è stata approcciata in maniera completamente diversa rispetto all’andata. Essendo loro (il Rotonda, n.d.r.) una squadra che gioca molto sulle ripartenze abbiamo voluto optare, seppur in parte, anche su un approccio attendista. Purtroppo, però, non siamo riusciti a blindare in anticipo il risultato. Se non fosse stato per quella parata fatta da Milan forse la gara sarebbe finita con un pareggio».

Terza vittoria consecutiva e secondo successo di fila in terra pugliese. I tre punti arrivati contro il Rotonda hanno il tuo timbro, con un gol che è risultato decisivo. Che emozioni e sensazioni provi ogni volta che segni?

«Segnare è sempre un emozione unica, una sensazione che in pochi possono provare. Nell’ultimo gol si è vista nuovamente la qualità che mette in campo Croce, in quell’azione sapeva già che io mi sarei trovato lì, e in quell’occasione bastava solamente spingere il pallone in rete. Noi, infatti, cerchiamo sempre di provare queste giocate in area di rigore, a maggior ragione avendo giocatori con grande esperienza come: Croce, Gagliardi e Kosovan.

Tutti queste cose trasmettono positività al collettivo è servono affinché si raggiungano le vittorie. Io, infatti, cerco sempre di stare vicino ai più giovani, per aiutarli e accompagnarli in questo precesso di crescita, così come tutti i miei compagni di squadra. A livello agonistico mi concentro sempre per migliorarmi e dare il massimo. Nel calcio, così come nella vita, per la mia famiglia do la vita. Quando entro a far parte di una squadra questa diventa automaticamente la mia figlia».


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Quattro partite ci separano dalla fine della stagione e domenica ci sarà un’altra gara importantissima, quella contro il Nardò, fresca di una “manita” rifilata al Fasano. Che squadra ti aspetti di incontrare?

«Il Nardò è una squadra che non a caso milita nelle parti alte della classifica. Bisognerà giocare con la massima attenzione. In squadra hanno dei giocatori che sono fortissimi, così come noi. Loro vengono da un 5-0 contro il Fasano, risultato, questo, che non ci destabilizza, visto che ogni partita parte dal risultato di 0-0».

L’Argentina è un Paese unico nel suo genere. Sentimentale e orgogliosa, emotiva, testarda e, infine, poetica. Il calcio ha un’importanza inestimabile anche sul piano storico, politico ed economico: rappresenta il vero collante nazionale. Cosa ti ha spinto, fin da bambino, a intraprendere questa strada e decidere di voler fare il calciatore?

«Quando ero bambino si giocava molto a calcio: sia per strada, sia nei campetti che erano presenti nei vari quartieri. Le somiglianze che ci sono tra l’Argentina e l’Italia sono molte, ma la passione che spinge le persone ad andare allo stadio, nonostante le categorie inferiori, è una peculiarità unica. Vedere, però, questo entusiasmo che crea il calcio nelle persone è stato, indubbiamente, un fattore che mi ha spinto a voler far parte di questo mondo… e vivere ulteriormente il calcio. Poi con il tempo è diventato anche un lavoro».

Negli ultimi anni hai vestito anche la maglia della Cavese. Che cosa ti senti di dire del recente successo raggiunto proprio dai blufoncé che, a tre anni di distanza dall’ultima volta, tornano a solcare la Serie C?

«In passato feci una sola volta la Serie D, con la Vibonese, dove al primo anno vincemmo il campionato, salendo automaticamente in Serie C. Due anni fa decisi di andare alla Cavese – che militava ancora in D – per fare il salto di categoria e rimanere lì (a Cava, n.d.r.) con la mia famiglia. C’è ancora rammarico da parte mia per non essere riuscito a concludere questo obiettivo. Adesso, però, sono molto contento per la tifoseria, che è di un’altra categoria, per la squadra e per la città, un luogo, quest’ultimo, dove si vive il calcio con grande passione».

Le emozioni della “Scaloneta” vissute in prima persona

“Scusa Nicolàs, ma che squadra tifi?”, “Boca… Ma ho fatto le giovanili al River. Ho avuto avuto anche la possibilità di giocare, e andare a vedere, il Superclassico”, poi la doppietta contro il Rosario Central. Allo stesso tempo è stato impossibile frenare l’impulso della fatidica domanda: “Chi è tuo idolo calcistico?”, la risposta non si fa attendere: “Messi”, definito dallo stesso Bubas come “El mejor de la historia” . Proprio come la selección dell’86, quella che risollevò un popolo intero, anche “La Scaloneta” vista nel mondiale in Qatar, ma iniziata ancora prima con la vittoria in Copa América contro il Brasile, ha rappresentato il culmine di una parabola mondiale che ha riempito di gioia il cuore di tutti gli Argentini.

Un racconto sincero e intimo, che in quanto tale mette al centro il nocciolo emotivo della domanda: «Insieme a Banegas ho seguito tutto il mondiale, anche se, per scaramanzia, seguivamo le partite ognuno a casa propria. Infatti, nel giorno della finale contro la Francia, ricordo che giocammo, quando vestivo ancora la maglia della Cavese, in casa, contro il Brindisi, in quella partita segnammo sia io, sia Banegas. Quando vincemmo il mondiale piangevo per l’emozione, così come mia moglie. Mia figlia, invece, mente ci guardava commossi, si domandava il perché di quella reazione (risata, n.d.r.). Dopo la vittoria dell’Argentina, con dei tifosi della Cavese, andammo a festeggiare. Quella fu, infatti, un’esperienza bellissima».

Sul futuro…

«Il presidente Puglisi è una persona con grande ambizioni, che progetta con estrema organizzazione e che vuole sempre migliorare. In questo momento, dove noi giocatori stiamo vivendo una situazione di spostamento continuo: tra allenamenti a Casal Velino e partite a Capaccio. La stessa società sta, infatti, valutando la questione riguardante lo stadio “Morra”. Il presidente sta lavorando assiduamente per metterci nelle condizioni migliori. Non mi sento, quindi, di scartare un proseguo con la Gelbison, ma ad oggi è difficile trarre delle conclusioni».

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